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https://www.csain.it/notizie/psiche-e-coronavirus-quali-implicazioni/

 Affrontare un’emergenza sanitaria, come quella della pandemia da coronavirus, significa entrare in una dimensione psicologica, per molti, del tutto nuova ed inusuale.
Da una parte assistiamo a comportamenti dettati dal panico e da paure irrazionali quali l’accaparramento di generi alimentari o il fuggire verso luoghi lontani, dall’altra ad una sorta di sospensione dove l’atmosfera che si vive è quella molto surreale da “day after”. È come se incombesse sopra di noi una cappa plumbea, funerea, senza speranze. Il nostro Io non è più così solido e sicuro come pensavamo: ci troviamo scaraventati verso l’ignoto, in una situazione di solitudine che angoscia ed inquieta anche i più forti e preparati. La precarietà della nostra vita tutto a un tratto ci pone davanti domande a cui non riusciamo a rispondere forse perché ci accorgiamo che il nostro mondo interno è carente di risorse e nutrimento, che appunto andiamo a cercare all’esterno svuotando gli scaffali dei supermercati, illudendoci di riempire quei vuoti… L’epoca che viviamo è quella che ci ha fatto dimenticare la nostra natura precaria e fallace. L’evento di queste settimane ha fatto crollare l’illusione che si potesse controllare in modo onnipotente la realtà che così bene la scienza e le tecnologie alimentano: oggi siamo costretti a confrontarci con i limiti. Ci sentiamo dunque smarriti, persi. Qualcuno teorizza che viviamo in un’epoca impregnata di narcisismo e perciò ipocondriaca. Infatti una non ottimale sintonizzazione affettiva con le figure di accudimento, la presenza variabile e non troppo stabile di molte di queste, negazioni subite nell’infanzia  e, talvolta, frustrazioni vissute come abbandono o paura da parte del bambino, possono causare una scissione ‘verticale’ della personalità tra la grandiosità apertamente manifesta, volta a mostrare a sé stessi e all’altro una visione di sé positiva se non perfetta, e una parte vulnerabile, caratterizzata da bassa autostima, tendenza alla vergogna e appunto, ipocondria.

In questi giorni qui in Lombardia, regione in cui vivo e lavoro ci siamo trovati a riscoprire la nostra storia, le nostre origini, cercando analogie con le generazioni passate per trovare degli spunti, delle risposte, delle speranze. Vi consiglio una lettura che è davvero illuminante: il capitolo 31 dei Promessi Sposi. Manzoni ci racconta con un piglio da storico acuto, quanto accade nel 1630 a Milano e in Lombardia durante l’epidemia della peste, portata dai “Lanzichenecchi”. Si tratta di una descrizione puntuale ed anche psicologica dei comportamenti umani, quando arrivano eventi spiazzanti come questo. C’è la descrizione di come le masse possano regredire quasi al livello di un’orda primordiale, dove a prevalere sono il giustizialismo, l’individuazione di un capro espiatorio che fa dell’untore la vittima predestinata causa di tutti i mali, la calunnia e l’ingigantimento di una falsa notizia (oggi diremmo fake new), il pretesto per perpetuare atti di sopruso verso persone innocenti. Un’altra forte immagine che sta avendo un grande impatto nella nostra psiche, è quella del Lazzaretto, oggi diremmo dei nostri ospedali ormai saturi, che devono individuare luoghi adatti alla quarantena ( nuovi lazzaretti?) dove “parcheggiare” i malati, con tutto quello che può comportare in termini di solitudine, isolamento, angoscia, sensi di colpa… Sono questi i fantasmi che riaffiorano, che pensavamo avere rimosso e che invece si ripresentano con tutta la loro forza dirompente e davvero inquietante. Forse le questioni sottese, i meccanismi di difesa, i comportamenti agiti di allora, sono gli stessi, calati nella nostra realtà moderna. Allora potremmo porci delle domande: chi è l’Altro per ciascuno di noi? E noi chi siamo? Come ci rapportiamo con gli altri? Sappiamo chi siamo come individui e come società? È questo dunque un primo filone su cui ciascuno di noi deve ripartire per riuscire ad iniziare ad elaborare questa vicenda, con tutto quello che di irrisolto ci portiamo dietro. Un altro aspetto riguarda il tema del tempo. Il tempo non lo si può acchiappare, il tempo è come una freccia (fugit irreparabile tempus). Noi non ne siamo padroni, forse perché abituati ad essere immersi nei suoi ritmi per molti divenuti frenetici. In questi giorni ci sentiamo sospesi e forse potremmo iniziare a non subire questo tempo, ma ad accoglierlo, a trasformarlo, a vederlo come una nuova opportunità. Questo anche alla luce dell’ansia crescente che le persone stanno esprimendo, attraverso il continuo rimuginio che invece va stoppato, proprio cercando altre cose da fare, dedicandosi maggiormente ai propri interessi, scoprendo appunto un tempo più rallentato e più consono alla propria persona.

Un secondo filone su cui lavorare riguarda il tema delle cure e del modello di sanità che vogliamo avere. Asserire convintamente che il nostro sistema sanitario nazionale è un bene primario e che come tale, non va smantellato, ma salvaguardato e rafforzato, significa mettere mano ad un trend che in questi ultimi anni ha iniziato a dare aree di problematicità, soprattutto laddove politiche regionali troppo interessate all’arrivo dei privati, ha di fatto indebolito e fatto chiudere interi reparti e diminuito posti letto. Credo che su questo tema si aprirà un confronto che sarà molto seguito da tutti poiché rappresenterà per i prossimi anni uno dei punti centrali della nostra convivenza.

Volevo concludere con una suggestione che deriva da un’altra lettura, questa volta ambientata a Roma e descritta da Ovidio nelle sue Metamorfosi al libro quindicesimo: quella di Esculapio, dio della medicina. Esculapio è l’adattamento latino (Aesculapius) del nome greco Asklepios, ma si tratta dello stesso dio. Il suo culto fu introdotto a Roma sull’Isola Tiberina nel 291 a.C. La tradizione vuole che in quell’anno la popolazione della città fosse colpita dalla peste. Dopo aver consultato i Libri sibillini, il Senato romano decise di costruire un tempio dedicato al dio, e a questo scopo fu inviata una delegazione ad Epidauro per ottenere la statua del dio. Al ritorno, mentre la barca che trasportava la statua risaliva il Tevere, un serpente, simbolo del dio, sceso dall’imbarcazione, nuotò verso l’isola Tiberina. L’evento fu interpretato come volontà del dio di scegliere il luogo dove sarebbe sorto il suo tempio, che sull’isola fu costruito. Nel ventunesimo secolo sull’isola sorge uno degli ospedali più importanti d’Europa, il San Giovanni Calibita Fatebenefratelli.

Nei momenti di maggior difficoltà gli uomini tendono a regredire, proiettando nelle stelle, nella natura, negli dei le loro richieste e i loro bisogni. Anche il mondo psichico è fatto di questo immaginario, che si è ben depositato nel nostro dna psichico e che ben conoscono gli artisti e gli psicologi. Sappiamo anche che possiamo trasformare le nostre paure antiche ed arcaiche in cose meravigliose per noi e per gli altri.
“Il giorno inizia e finisce comunque, senza il nostro consenso. Non siamo padroni del tempo, solo padroni di dargli un senso” (Luigi Augusto Belli). Ricordiamocelo.

Andrea Ferrella

Laureato in Farmacia e Psicologia clinica
Specializzato in Farmacologia Applicata presso l’Università degli Studi di Pavia, Facoltà di Medicina e Chirurgia.
Specializzato in Psicoterapia Psicoanalitica
Socio della SINPF (Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia).
Collaboratore della rivista TempoSport & ciclismo amatori

 

 

 

 

 

 

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